Yogi: la testimonianza di Marco Polo(1292 ca. CE)

Quando Marco Polo chiese a quegli uomini che venivano chiamati, e spesso lo sono ancora, “asceti osceni,“ ossia i devoti di varie sette indiane generalmente detti “yogi“, come mai non si vergognassero di andare in giro completamente nudi, essi risposero al curioso del XIII secolo:” andiamo nudi perché nudi venimmo al mondo, e non desideriamo avere indosso nulla che sia di questo mondo. Inoltre non abbiamo alcun peccato carnale che ci rimorda La coscienza, e per questo non ci vergogniamo della nostra nudità, come voi non vi vergognate di mostrare le mani e la faccia. Voi, che siete consapevoli dei peccati della carne, fate bene a vergognarvi e a coprire la vostra nudità”.

Crawford, Mission to Siam (1824 d.C.)

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YOGA NELLE 3 FASI DELLA VITA

Possiamo intendere la pratica Yoga tripartita nella seguente logica: un’arte, un’attività fisica e una filosofia. Tale tripartizione si rivela tanto più appropriata se la proiettiamo sulle tre età dell’uomo: gioventù, maturità e vecchiaia. Nel leggendario testo Yoga Rahasya, il grande yogin Nāthamuni parla della necessità, per il praticante, di tenere in considerazione la particolare fase della vita in cui si trova, prima di approcciare la disciplina, e di adattare la pratica alle proprie esigenze. 
La “regola generale” (ideata dal maestro T. Krishnamacharya e riportata da Rāmaswāmī nel suo “yoga for the three stages of life”n.d.t.), consiglia di seguire i seguenti kramas(metodi): vṛddhi, sthiti e laya kramas durante, rispettivamente, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia.

Nello specifico:

Quando il suo corpo è giovane, esso è chiamato deha, perché cresce. In questo stadio, praticare āsanas come “arte” (vinyāsas) è consigliato. Le varie āsanas e le miriadi di sequenze, con la respirazione appropriata, aiutano l’allievo a crescere(vṛddhi) in salute fisica e mentale.

Durante la fase di maturità il corpo non cresce né decade (tale fase è detta sthiti): la pratica yogica includerà alcune āsanas “importanti” e soltanto certi vinyāsas, coadiuvati da esercizi di respirazione, bandhas, meditazione, mantra, canti e via discorrendo. In questo stadio l’obiettivo è quello di mantenere la salute fisica e mentale, nonché prevenire futuri disagi.

Durante la vecchiaia, il corpo è detto śarīra poiché decade. La pratica sarà finalizzata a mantenere il più possibile la mobilità attraverso āsanas e Prāṇāyāma. Il laya krama (questo “metodo della vecchiaia” n.d.t.) consisterà in intense meditazioni, studio, riflessione e filosofia dello yoga.

Il viaggio dello yogin verso il kaivalaya, o liberazione, può richiedere parecchi cicli. Mentre il praticante delle altre discipline si preoccupa di ritardare il più possibile la vecchiaia, quello di yoga ha un occhio attento alla futura rinascita.

Liberamente tradotto da Yoga for the three stages of life (2000, Inner Traditions) di Srivatsa Ramaswami

Viparītakaranī āsana

Mettendo la testa sul terreno, che egli stiri le gambe in alto, muovendole a rotazione. Questo è Viparītakaranī, tenuto segreto in tutti i Tantra.

-Śiva Saṃhitā, IV, 45

Viparītakaranī āsana (from RealHead on Vimeo).

 

Respirate in modo profondo e naturale

Un commento allo Yoga Sūtra definisce con un solo aggettivo la qualità più importante di un’āsana: naturale. Per ricavare il massimo beneficio dalla pratica di un’āsana, bisogna eseguirla in modo naturale, spontaneo; una volta assunta la posizione finale, dobbiamo trovarci pienamente a nostro agio. Solo quando siamo veramente comodi e rilassati in un’āsana possiamo respirare in modo naturale – ossia, calmo, profondo e libero. Solo quando respiriamo in questo modo nell’asana possiamo ricevere i benefici previsti negli antichi testi: il mantenimento, o il ripristino, del flusso ottimale di prāṇa, ovverosia, in termini più semplici, del funzionamento ottimale del nostro corpo e della nostra mente.

Se ci sforziamo nella pratica di un’āsana, lo stress e il disagio provati turberanno la nostra respirazione, con conseguente sviluppo di squilibri all’interno del nostro corpo e della nostra mente. Questa condizione è assolutamente contraria allo spirito che sta al di là della pratica dello yoga nel suo complesso. Una posizione corporea che disturba il respiro non è un’āsana. Non sacrificate mai la qualità della vostra respirazione per realizzare un’āsana, altrimenti non farete altro che vanificare lo scopo della sua stessa pratica.

 

tratto da:

A.G.Mohan e Indra Mohan, Terapia Yoga, Ed. Mediterranee, 2007

VIVEKA: la DISCRIMINAZIONE nelle parole del filosofo greco EPITTETO

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« le cose che esistono sono di due maniere: le une dipendono da noi, le altre no. Dipendono da noi: giudizio di valore, impulso ad agire, desiderio, avversione, e in una parola, tutti quelli che sono propriamente fatti nostri. Non dipendono da noi: il corpo, gli averi, le opinioni degli altri, le cariche pubbliche e, in una parola, tutti quelli che non sono propriamente fatti nostri.

Le cose poste in nostro potere sono di natura libere, non possono essere impedite né attraversate. Quelle altre sono deboli, schiave, sottoposte a ricevere impedimento, e per ultimo sono cose altrui.

 Ricordati dunque che, se credi che le cose che sono per natura in uno stato di schiavitù siano libere e che le cose che ti sono estranee siano tue, sarai ostacolato nell’agire, ti troverai in uno stato di tristezza e di inquietudine, e dolerti degli uomini e degli Dei. Se, al contrario, pensi che sia tuo solo ciò che è tuo, e che ciò che ti è estraneo – come in effetti è – ti sia estraneo, nessuno potrà più esercitare alcuna costrizione su di te, nessuno potrà più ostacolarti, non muoverai più rimproveri a nessuno, non accuserai più nessuno, non farai più nulla contro la tua volontà, nessuno ti danneggerà, non avrai più nemici, perché non subirai più alcun danno. »

liberamente tratto da Encheirìdion o Manuale di Epitteto nella traduzione di Giacomo Leopardi

https://books.google.it/books?id=X7tDAQAAMAAJ&hl=it&pg=PA213#v=onepage&q&f=false

 

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Imparo a meditare: l’allenamento alla consapevolezza

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con Francesco Rossi*, Riccardo GallesiMariangela Guatteri

Che cosa significa meditare? Più di 2000 anni fa il saggio Patañjali finalizzò la pratica dello yoga a raggiungere la liberazione (Mokṣa) imparando a controllare i vortici della mente (Vṛtti)la meditazione è dunque lo strumento principe per superare l’illusione del mondo e raggiungere uno stato di equilibrio naturale e benessere psicofisico.

In questo incontro il dott. Francesco Rossi ci insegnerà alcune pratiche di meditazione in linea con le più recenti ricerche scientifiche finalizzate al raggiungimento di tale condizione. Il partecipante verrà accompagnato in un percorso di consapevolezza: a cosa serve, come impostare una pratica personalizzata, quali sono gli strumenti per la presenza mentale, come ridurre lo stress e lasciare andare  il passato. Continua a leggere “Imparo a meditare: l’allenamento alla consapevolezza”

Perfeziono lo yoga con supporti e attrezzi: Sukha

sukha (sōōˑ·kh),

adj in Sanscrito significa “confortevole”; Nello yoga rappresenta una delle due qualità che deve possedere l’āsana. Infatti in Yoga Sūtra 2:46, Patañjali dice “la positura deve menare alla stabilità e all’agio”. Nel commento al testo, dopo aver enumerato alcune posizioni, Vyāsa aggiunge “…la positura dell’eguale equilibrio, la stabile e piacevole, vale a dire quella che uno  ritiene più conveniente eccetera”.

[le citazioni al testo sono tratte da Yogasūtra, Patañjali. Introduzione, traduzione e note di Corrado Pensa, Boringhieri, 1962]

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