PRĀṆĀYĀMA प्राणायाम [gingerlyfoolish.com]

Prāṇāyāma è una sādhanā (disciplina, pratica, adempimento) importante nella cultura indiana, che comprende un insieme di tecniche volte a modificare i processi di respirazione.
Le traduzioni più comuni per prāṇāyāma sono: “tecniche di respirazione” e “controllo del soffio vitale/respiro”. La traduzione che preferisco tuttavia è “estensione del respiro, dell’energia” derivata da:  prāṇa energia vitale” di cui il respiro è uno dei veicoli, e āyāma “estendere o prolungare” ovvero la forma negativa di yāma “trattenere, controllare”. Il termine appare per la prima volta nella Atharvāveda Saṃhitā, datata fra il 2000-1500 a.C.

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Il Prāṇāyāma nei sūtra di Patañjali

Allungamento e cognizione del respiro negli Yogasūtra, un classico dello Yoga

un classico è un’esperienza radicale, un incontro che ci modifica, non un ritrovamento di aspetti reperibili in altri

Giuseppe Pontiggia [cit. in Treccani]

Radicale è il contenuto di ciò che Patañjali ha trasmesso dell’antichissima disciplina yoga con i suoi Yogasūtra, fondamentale opera di riferimento anche per chi si interessa di yoga nell’epoca moderna. Chi li incontra e li pratica può avviare un processo di trasformazione interiore. A volte accade in un lampo; ma grazie a una pratica costante.

[Immagine elaborata da una foto di Raja Deekshithar, 11 February 2007. Il saggio Patañjali, Shri Amritagateshvara temple in Melakkadambur, Tamil Nadu, India. Granite, approssimativamente 1100 DC]

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La libertà oltre i margini di sicurezza. Marc Beuvain

Il video di un’intervista a Marc Beuvain. Badia di Santa Maria della Neve, Torrechiara (PR), 2016.

Nello yoga, “umano” è chiamata quella parte di noi che crede di essere il capo, cioè quella parte di noi che ha bisogno di controllare e assicurarsi di tutto a causa di paure profonde.

[Intervista a cura di Mariangela Guatteri. Traduzione di Peggy Eskenazi]

Una pratica integrale dello yoga

Ascoltare. Un’esperienza più intima con se stessi

Agitazione e letargia mentale impediscono la connessione al proprio corpo. La sola pratica fisica spesso non è sufficiente ad attivare tale connessione: la mente spesso va altrove e il respiro non esce da una modalità automatica.

Questo è il primo di 3 articoli scritti nel corso di altrettanti incontri che avevano l’obiettivo di indagare la relazione tra il corpo, il processo respiratorio e le attività della mente, utilizzando una pratica integrale dello yoga. Il ciclo degli incontri, intitolato «Yoga, istruzioni per l’uso», Workshop: Il respiro, il corpo, la mente, è stato ideato e condotto dalla sottoscritta.

Moltissimo di quanto ho detto, fatto praticare e scritto qui, scaturisce dal mio incontro con Marc Beuvain e dal suo insegnamento. Anche dall’incontro con alcuni libri che ho sempre tentato di praticare.

Usi del respiro. Allenamento

Fermi in una posizione seduta.
Il movimento nasce all’interno del proprio corpo, respirando,  e coinvolge lo stesso corpo verso l’esterno. Il corpo si muove nello spazio esterno e il confine della pelle ha possibilità di spostarsi: nella fase dell’inspirazione c’è un’estensione, un movimento di espansione che spinge verso l’esterno ciò che percepiamo essere al nostro interno; nella fase espiratoria c’è un rilascio dell’estensione, un movimento che richiama all’interno.

Fermi con la mente, bloccando l’abitudine ad imporre, a quanto si ascolta del proprio corpo, un significato, un’interpretazione, un giudizio, un pregiudizio oppure il ricordo di un concetto acquisito, perché diversamente non c’è un reale ascolto, c’è solo un pensiero assordante.
Il respiro, e il corpo e in accordo con esso, si muove e si arresta dopo ogni inspiro e dopo ogni espiro. Lo si ascolta e ci si allena a condurre il soffio vitale laddove serve.

Il respiro può essere utilizzato come un polpastrello che scivola all’interno del corpo: accarezzandolo lo riconosce, lo scalda, lo rinfresca e lo nutre.
Ci si allena a veicolarlo, a mantenerlo all’interno e all’esterno, ottenendo progressivamente una durata equanime e la libertà di respirare.

Il respiro è indicativo dello stato psicofisico di una persona. Le tecniche del prāṇāyāma trasformano il processo respiratorio in uno strumento estremamente efficace per calmare o svegliare la mente. Allenarsi con tali tecniche significa anche prendere fiducia nelle proprie possibilità di riportarsi in uno stato di maggior equilibrio, forza e lucidità.

Gli Yogasūtra di Patañjali formano un vero e proprio manuale della cosiddetta Disciplina o Metodo, lo Yoga. È un manuale utile per riprendersi la propria forza, che è il nostro unico sostegno; una forza che esprime stabilità della mente, lucidità, chiarezza in se stessi, capacità di concentrazione, capacità di resa.
È una forza che ci consente di vedere e soprattutto vivere la realtà senza troppi condizionamenti e pregiudizi. Continua a leggere “Una pratica integrale dello yoga”

Respirate in modo profondo e naturale

Un commento allo Yoga Sūtra definisce con un solo aggettivo la qualità più importante di un’āsana: naturale. Per ricavare il massimo beneficio dalla pratica di un’āsana, bisogna eseguirla in modo naturale, spontaneo; una volta assunta la posizione finale, dobbiamo trovarci pienamente a nostro agio. Solo quando siamo veramente comodi e rilassati in un’āsana possiamo respirare in modo naturale – ossia, calmo, profondo e libero. Solo quando respiriamo in questo modo nell’asana possiamo ricevere i benefici previsti negli antichi testi: il mantenimento, o il ripristino, del flusso ottimale di prāṇa, ovverosia, in termini più semplici, del funzionamento ottimale del nostro corpo e della nostra mente.

Se ci sforziamo nella pratica di un’āsana, lo stress e il disagio provati turberanno la nostra respirazione, con conseguente sviluppo di squilibri all’interno del nostro corpo e della nostra mente. Questa condizione è assolutamente contraria allo spirito che sta al di là della pratica dello yoga nel suo complesso. Una posizione corporea che disturba il respiro non è un’āsana. Non sacrificate mai la qualità della vostra respirazione per realizzare un’āsana, altrimenti non farete altro che vanificare lo scopo della sua stessa pratica.

 

tratto da:

A.G.Mohan e Indra Mohan, Terapia Yoga, Ed. Mediterranee, 2007